Minimalismo tossico

Ho aperto un coso su Tumblr, per le seguenti ragioni:

1) Di questi tempi non sono capace di scrivere post lunghi e articolati, e lì me la cavo con uno spezzone di Bergman ogni tanto senza risultare fuori luogo. Non è che sono scazzato, sono minimal.

2a) In questo posto ci sono troppe informazioni reali su di me, sepolte sotto l’intero corredo di cattiva letteratura. Tipo, i mestieri che ho fatto e che all’inizio di questo blog stavo con una ragazza di 20 anni molto figa che poi mi ha lasciato e credo che non potrò mai dimenticarla. E anche che assomiglio vagamente a Lenin. E di questi tempi proprio non voglio ricordarmi che esisto.

2b) Mi serve più cattiva letteratura. Soprattutto da quando ho letto Strand. E meno causticità. Devo anche leggere di più e scrivere di meno. Seriamente, altrimenti divento fesso.

C’è una cosa divertente, cioè che uno quando ha un blog scrive gli annunci come se importassero a qualcuno. Distorce la percezione, avere un blog. La cosa più divertente è che io ho lavorato per una grossa rivista (di settore, come si dice) per anni, e lì le cose che scrivevo importavano un poco a qualcuno, tipo svariate decine di migliaia di persone che cacciavano i soldi per leggere. Non c’è proprio nessuna differenza: quando si scrive si scrive soli.

Poi torno qua, comunque, appena ho abbastanza cinismo da spendere.

Un pensiero definitivo

Sapete, quando si piange molto i muscoli facciali cominciano a dolere, ed è come se si portasse una maschera d’infamia medievale. Io sono un primate con una coscienza, della sottospecie homo sapiens sapiens. Un effetto collaterale dell’evoluzione. Il fatto che mi senta esistere non è per nulla necessario, anche senza coscienza avrei potuto stanare le termiti con un rametto o costruire una centrale nucleare. L’argomento degli zombie filosofici. Eppure la coscienza è la conseguenza ineliminabile dell’aumento della massa cerebrale, il parassita delle mie sinapsi cresciute esponenzialmente. Per la maggior parte della mia specie la coscienza è poca, e sopportabile.  Per me è eccessiva, lucidissima, spaventosa. Morirò per eccesso di coscienza come si muore per un ingrossamento del fegato. Sono un primate con una coscienza e scrivo questo, pur sapendo che non è nulla di nuovo e che non interessa davvero a nessuno. Scrivo questo perché ho una coscienza, e duole. Trovo curioso come ci si meravigli dell’intelligenza, quando il vero miracolo è l’esistenza incosciente. Tutto quanto è senza sentirsi, senza una consapevolezza che regga la materia. E, credo, la morte corregge il cortocircuito evolutivo riportandoci a quello stato, alla vita del verme, del fungo, dell’atomo. In fondo, non c’è differenza fra assenza di sensazioni e sensazioni senza nessuno a provarle. Una volta che ce ne rendiamo conto, la cosa più straziante è l’opposizione fra la coscienza infelice e il corpo che vuole vivere a prescindere, che si rifiuta di spegnersi perché non sa. Abitare il proprio corpo come una nazione straniera.

Sono un primate con una coscienza, e ho freddo, dormo male, mi sento straordinariamente solo. Leggere le confessioni di un sadico, un’agiografia, l’addio di una ragazza che ci lascia, permette di intendere come la categoria dell’altro sia inaccessibile, immensamente lontana. Che il linguaggio comune, questa costruzione ipertrofica e barcollante, non può davvero trasmettere le motivazioni, il senso delle scelte altrui quando non sono le nostre. Sapere che l’altro è incontrollabile, alieno, che ogni accordo sulle cose è, al più, un compromesso linguistico rappresenta almeno metà dell’inferno. 

Vedete, è curioso, ma io non sono mai stato bene. Non so che significhi, non so nemmeno se esista stare bene come fatto empirico. Non ricordo un solo momento in cui non provassi emozioni negative. Timore per il futuro, senso di inadeguatezza, consapevolezza dell’errore, paura dell’abbandono. Credo che io sono come te sia la cosa più bella che si possa dire a qualcuno. Mi addolora molto il fatto che nessuno abbia mai potuto dirmelo. Vedete, i pochi che mi hanno amato non hanno capito, e i pochi che hanno capito non mi hanno amato. Quand’è così, diventa piuttosto facile rendersi conto che c’è qualcosa di sbagliato. L’amore, vedete, non dovrebbe avere come motivazioni la genetica, o l’attrazione sessuale, e nemmeno il numero di libri letti. Ma mi rendo conto che l’amore è semplicemente una categoria messianica che vale tanto quanto le altre nel definire la salvezza impossibile.

Resta il fatto che è troppo tardi. Vedete, ho sempre parlato di me come di un cane. I cani che prendono troppi calci diventano cattivi, o almeno diffidenti. Non importa che non sia colpa loro, infine paiono comunque peggiori degli altri. Se fossi particolarmente bello, vedete, sono certo che qualcuno troverebbe la cosa affascinante. Se fossi particolarmente ricco, e con la volontà di vivere come tale, sono certo che la mia condizione psichica risulterebbe irrilevante. Ma non c’è niente che distragga dalle mie ferite, al punto che è piuttosto facile scambiare me per loro. Ad ogni modo, idee del genere mi disgustano. Il disgusto è una delle emozioni che provo più spesso.

Questo blog, al di là delle stupidaggini sull’anarchia o la cattiva letteratura, è stato aperto per una persona. Non so se le interessa, ma ne dubito. Dubito che le sia mai interessato davvero, ad essere onesti. Vi siete mai resi conto di quanto è facile abbandonare qualcuno, quando esaurisce la sua funzione, quando si trovano alternative? Credo sia una conseguenza dell’incomunicabilità: dell’altro non resta molto più che un’impressione nella nostra coscienza, e niente che riguardi davvero lui, in quanto altro. Così muore quando muoiono l’interesse, la presenza, la necessità. Non vedo davvero ragioni per scrivere, quindi.

Sapete, a un certo punto rimane solo una sconfinata lucidità. Il punto in cui il dolore è solo un riflesso condizionato a certe parole, certi pupazzi, certi luoghi o certi colori, ma in fondo non diverso dalla reazione della rana tormentata con uno spillo. Non so se avete mai provato la sensazione che tutti i vostri anni siano compressi al centro di questa sconfinata lucidità, e siano passati troppo presto, completamente invano. Sono solo un primate con una coscienza. Questo è un peccato, avrei potuto essere così tante altre cose. Polvere cosmica, una reazione nel nucleo di una stella, gli atomi di ossigeno che la ragazza che amo respira. Un cane vero, magari, piuttosto che un cane concettuale. Un libro in seconda fila su uno scaffale. Da qui vedo miriadi di strade lungo le quali sarebbe potuto essere tutto diverso, e nessuna di esse è più percorribile. Questa è l’altra metà dell’inferno. Arrivati a questo punto, soffro una completa emorragia di buone ragioni. Saluti.

 

Falstaff

FALSTAFF: Ma abbiamo sentito insieme i rintocchi di mezzanotte, signore. Non ricordate le cose che abbiamo fatto insieme?
ENRICO: Io non ti conosco, vecchio.

Non mi riguarda.

Chi ti ha insegnato a dirlo? Quale dei tuoi molteplici psicologi più o meno gratuiti? Quale animale domestico? Lo scopamico attuale o gli aspiranti? Chi dell’ampia corte a cui ogni mattina domandi cosa pensi, per risparmiarti il tormento di scoprirlo da sola? Congratulazioni, un altro passo lungo la strada che conduce alla perfetta lobotomia. Niente che sanguini o palpiti.

Cosa ti riguarda, invece? Le frasi fatte? I locali il sabato sera o la domenica della vita? Il disperato funambolismo per sembrare intelligente e tormentata? Ti riguarderanno, forse, le vacanze in montagna, tonnellate di citazioni da Maccio Capatonda, le strategie per nascondere a te stessa la vergogna. Certamente ti riguarda il due-più-due-quattro, la categoria semplice per cui le persone sono strumenti, e certo sono migliori gli strumenti che funzionano. Ti riguarda, dimmi, l’idea che si guarisca da sé stessi come da una malattia? La banalità che gli errori siano solo errori, le lacrime solo lacrime, le grida perdute e la tristezza senza significato?

Invece non ti riguarda certamente la nausea che proverai tra due mesi o due anni, e forse hai già provato, quando ti accorgerai di stare con qualcuno che non può risponderti. Che non avrà mai le mie parole, queste parole. Le parole che anche divise per dieci lasciamo intravedere l’assoluto. Potrai di certo seppellire la paura di aver infranto il tuo unico vero specchio, l’unica iride che ti ha vista. Vuoi che ti dica la verità? Si sopravvive, si può essere felici. Starai meglio senza di me. Finché non starai peggio. Per allora, non ti riguarderà più se sarò vivo o morto e certamente non ti riguarderà il fatto di avermi amato o di amarmi ancora, non potrai formulare le domande perché avremo perso le parole comuni. Per allora mi penserai come un vuoto assurdo, una gigante rossa collassata tra i tuoi sedici anni e i tuoi vent’anni, racconterai che ti facevo male come se fosse la soluzione del caso, facilissima quanto la giustizia di Facebook, perfettamente digeribile e buona per chi vuol rimanere leggero. Non ti riguarda che la mezzanotte sia più profonda, che non si sbaglia mai così tanto solo per caso. Continuerai a ripeterti che Rimbaud è infelice e che invece sei felice tu coi tuoi amici gentili, il tonno in padella, un fidanzato che va al lavoro e torna a risolvere i problemi separando alto intelletto e idee di merda. Spingendo sul fondo della coscienza il sospetto che chi non ha capito niente di me non può davvero capire te. Non ti riguarda la piccola Ipazia abbandonata per strada, non ti riguarda ogni singola goccia di pioggia che la consuma finché il nome stesso perde la semantica, poi il suono, infine la scrittura. Non ti riguarda, certo, l’enorme sconfitta di chi passa la vita senza che nessuno lo chiami più col suo vero nome. Non ti riguarda la soluzione del problema, il sogno antico di chi vede oltre le dighe e le siepi, non ti riguarda la speranza e il tentativo, la comprensione profonda, la guerra e il jihad, non ti riguardano le ragioni per cui alcune cose debbono essere protette, per cui la difficoltà non è una categoria accettabile.

Ascolta. Io sono esattamente questo. Tutta questa complessità, questo abisso. Non c’è viltà e non c’è paura in queste parole. Non sono la maschera dello stregone, erano nelle mie dita tutte le volte che ti ho preso la mano. E anche se l’intero universo cospirasse per convincerti che non c’è un’anima nel suono, la realtà non cambierebbe. Se mi hai visto, sai che non sono della specie che passa. Ascolta. Questo non è l’amore che trovi dietro le cascate, sotto i sassi, in qualche serata divertente, non è l’amore dei fine settimana. Questo è l’amore per cui qualcuno decide di cambiare l’universo e scendere all’inferno e tornare. L’amore per cui anche se non ti riguarda io continuo a credere in te, come i deportati nelle divinità assenti. Questo è l’amore che ha come dogma la tua grandezza, il senso acutissimo delle differenze, la certezza che non sei come gli altri, che non affonderai negli altri. La certezza che il mio unico sigillo della salvezza non è sprecato se lo dono a te, anche se tu salverai chi non lo merita. Ascolta, alla fine verrò da te e ti mostrerò il tempo e la volontà finché non potrai negare che tutto questo si trova una sola volta. Poi dimmi ancora che non ti riguarda, va via, torna subito a nasconderti, dimentica e stendi tappeti colorati sul vuoto, ma almeno tutti i piccioni senza una zampa  sapranno qual è la verità.

La rubrica della tristezza del sabato sera

E come potevamo noi cantare
con il piede straniero sopra il cuore,
tra i morti abbandonati nelle piazze…

 

Scrivo perché non ho niente da fare. Non mi piace scrivere. Vorrei fare altro, vorrei che ci fosse qualcuno. Scrivo per non pensare al mio abbandono che ogni sabato sera qualcuno consuma da qualche altra parte. Poi ci penso uguale. Oggi dicevo che voterò Berlusconi. Ho una gran fame di disfacimento. Dicevo anche che questa la chiamano crisi, ma sono tre anni che io la chiamo semplicemente storia, ed è solo il tramonto dell’Occidente. Che culo esserci nati in mezzo. Che non c’è niente da fare, anche. Forse impareremo la disperazione. Non posso dire che mi dispiaccia, ma non posso dire nemmeno che mi importi. Dicevo che hanno fatto bene a sparare a Biagi, ve lo ricordate? Nemmeno io, dopotutto, ma il coraggio di ammazzare qualcuno a tradimento è tutto il coraggio a cui riesca a pensare. Il coraggio, dite? Tutto perduto. Oggi pensavo a tutto il male che mi hanno fatto. Al primo cellulare che ho rotto perché qualcuno mi ha detto la cosa sbagliata al momento sbagliato. A quando c’era chi mi lasciava da solo nella nostra casa per andare a stare con un altro, io chiedevo di restare e non cambiava niente. Il male che mi hanno fatto ha la forma dei treni, dei viaggi di ore a vuoto, dello smarrimento quando devi ritornare, completamente solo. Credo di essere segnato per sempre, perché ormai ogni volta che devo prendere un treno sto male. La sensazione di tutto questo male sembra quella del ferro sulle ossa, qualcosa di freddo e sottocutaneo. Vedete, io non credo di essermelo meritato. Non posso dire di essere migliore di chiunque, ma sono migliore di molti. Certo sono migliore di quelli che hanno vinto la guerra. Voi non mi conoscete, ma sono intelligente, capisco molte cose, spesso sono divertente. Al momento no, non mi riesce, scusate. Non sono buono, non sono affatto buono, ma sono fedele, come i cani che ringhiano in tutte le direzioni tranne quella del padrone.  Sono in pochi ad essere fedeli come me. Voi non lo sapete, ma non c’è cosa che non abbia fatto per le persone che amavo. Ci sono state due, forse tre persone che ho creduto essere più importanti del resto del mondo. Compresa la verità, compreso tutto quello in cui credo. Ovviamente, se ne sono andate in un modo schifoso, osceno. Mi dicono che è sbagliato, che bisogna fare le cose per sé stessi, ma io mi sento come Hans in Opinioni di un clown. Che senso ha amare qualcuno se non lo considero più importante di me? Se si tratta solo di sesso e qualche conversazione interessante posso pagare. Per entrambe le cose. Se deve essere una cosa tra tante, col lavoro il successo gli hobby la famiglia l’impegno sociale e il panettone a natale, allora molte grazie, prenderò un’altra fetta di panettone e pace. Ma nessuno si pone il problema degli assoluti, pare. Io non le odio, vedete, queste persone, e una la amo ancora, ma non riesco a capire perché l’hanno fatto. Mi sembrano scelte sbagliate, se dobbiamo badare alle cose importanti. Tutto sommato, chi avrebbe potuto fare di più per loro? Valeva la pena sacrificarmi così? Credo bastasse molto poco, in realtà, un minimo investimento di fiducia per ottenere un ritorno sconfinato. Qualcosa che sarebbe rimasto per molto, molto tempo. Bastava tirarmi un osso. Vorrei davvero che tornassero a dirmi ecco, guarda, ho trovato questo, è meglio di te. Almeno sarebbe sensato. Non credo possano, qualcuna l’ha anche detto esplicitamente, che non potrebbe. Vedete, poi dicono che sono malato, e probabilmente hanno ragione. Ma ho il terrore dell’abbandono perché mi hanno abbandonato, sono triste perché tutto è stato molto triste, mi sento così vuoto perché non ho proprio niente. Reagisco all’ambiente, forse non sono più colpevole di qualsiasi organismo monocellulare. Vedete, è che io ho fatto anche cose molto brutte, ma solo perché mi hanno dato l’inferno. Una giustificazione? No, sarebbe ridicolo. Non avrei dovuto. Però, cercate di capire, il mio cruccio è che non abbiano mai capito: eppure le parole erano semplici, chiaro il senso delle cose, bastava un gesto per salvare tutto. Io non so con che cuore si possa davvero condannare Caligola, se lo lasci essere Caligola anche quando ti grida di non volerlo più essere. Forse il peggio che si possa fare a qualcuno è costringerlo a difendersi, fargli così male che la scelta è tra morire e rispondere. Certe cose restano, sapete, lo dicevo dei treni: la sfiducia, la mancanza di forze, certe parole bruciate. Non sto parlando di colpe, perché non avrebbe senso, ma capite, quando uno ama due, forse tre persone e trova il resto della specie fastidioso o irrilevante, vorrebbe che quelle due, forse tre persone riuscissero a capire. Stanotte non mi libero dall’idea che non abbiano mai, davvero, capito.

Lo stato dell’Unione

C’è da dire che ho un dinosauro una coccinella una lepre sul comodino, sotto la lepre c’è una lettera scritta dalla tua mano, vera di notte falsa di giorno. Nel portafoglio tengo sempre la carta di Tentacool come gli altri terrebbero una fotografia, ma tanto le tue fotografie sono dappertutto, non conterebbero. Grazie anche per la canzone di Pikachu, perché forse non si dovrebbe credere alla morte. Forse è solo l’ultima delle cose a cui si dovrebbe credere. Spesso mi sento come Hitler che sposta le armate inesistenti sulla mappa, perché le mie informazioni non sono affatto aggiornate, ma ricordi quando dicevi non so se ti amo ma mi viene da dirtelo? Ecco, io so che mi viene da piangere quando ti scrivo. Che poi, tecnicamente, non scrivo nemmeno a te, non ho chiarissimo cosa significhi scrivere a qualcuno, per qualcuno, attraverso quale processo le parole possano arrivare ad appartenere. Tant’è. Chi sta bene, lo sai, non scrive. E, se pure scrive, scrive male. O per soldi, ma questa è un’altra faccenda. Perciò ti ho sempre detto di diffidare da chi non sa scrivere: in qualche modo, anche criptico, è uno di quelli che stanno bene. Invidio quelli che possono pensare…, lo dici anche tu. E questa gente non va bene per noi, perché o si stanca o non capisce: la tua maledizione sarà l’incompletezza, la mia l’abbandono. Questo perché tu sei figa, ma tra le due forse non c’è davvero differenza, perché l’incompletezza è solo un abbandono dilazionato. Questo blog, lo sai, è una sorta di Doomsday clock. Serve solo a scandire il tempo. Se mai ci sarai di nuovo, lo chiuderò. Non che sia un gesto importante o che, sono solo simboli. Preferisco la felicità alla letteratura: una cosa che non avrei mai detto prima di perderti. Non so nemmeno se è un principio di guarigione, forse la misura ultima è metterci d’accordo sull’enigma della felicità. Posso dirti che voglio, ma non so nemmeno se mi credi. Comunque, tutto quello che è per te potrei dirtelo abbracciandoti, il resto importa poco. Sarebbe bello che non lasciasi qui a scrivere per troppo tempo.

Forse non dovrei credere alla morte, se spero di ritrovarti un giorno. Credo che le due cose si escludano a vicenda. L’eternità passa per la ricomposizione degli scismi. Quando andrò in cielo dirò agli angioletti di ricordarsi di te… era così, vero? Grazie per Pikachu, è proprio una bella canzone.

Orientamenti

Credo che la catastrofe di un’esistenza si concretizzi quando uno si rende conto di non avere più nemici, ma solo acquitrini, paludi, malattie da miasma, zanzare e schifo. Trovo divertente notare come tutti questi anni siano stati, per me, unicamente una deriva verso il disgusto. Forse è inevitabile per chi sopravvive costantemente alla depressione: dopo un paio di ponti e qualche overdose devi per forza smettere di prenderti sul serio, allora quello che prima era il male diventa la vergogna che resterà dopo di me, la scoria come unica eternità possibile. Se oggi dovessi scrivere un elenco delle cose che mi offendono probabilmente ne risulterebbe un’enciclopedia accusatoria della specie umana. Proprio dal principio, perché in mezzo a tutta questa inutilissima biodiversità la mia coscienza oltraggiata doveva proprio abitare il corpo di un primate. Le scimmie, gli animali più indegni del pianeta: ridono, si tirano la merda addosso, sono continuamente in calore, si muovono come bagnini palestrati. La scimmia non è una bestia, è uno scherzo. Solo dalle scimmie poteva emergere un’intera fottuta civiltà freudiana fondata sul sesso e sulla negazione del sesso. Guardate i grandi cetacei, quanta dignità: ve la immaginate una balena coinvolta in una sordida storia di trans e cocaina? Io no. Solo una scimmia. Ne consegue un mondo in cui disegnare una donna nuda sulla copertina di un libro è una strategia più efficace che scriverci qualcosa dentro. Ne conseguono i maniaci di Facebook, le bambine troie, ne consegue che cazzo parliamo a fare dell’amore tanto lo sappiamo tutti che è il grande inganno teso dalla natura per le perpetuazione della specie. La lucidità è un’amante difficile da mantenere, sapete, e certo mi viene voglia di spaccarle la testa con un martello quando mi ripete che la sofferenza per l’abbandono è, a dire il vero, frustrazione sessuale, il lamento dell’animale a cui è stato negato l’accoppiamento. Non è bello quando ci si rende conto che l’attrazione sessuale predice il successo di una relazione molto meglio che tutto il resto dell’esperienza umana.

Sapete cosa mi offende, inoltre? Quando leggo qualcuno e non riesco a capire se è italiano o straniero. Perché va oltre la sgrammaticatura, diventa proprio un apolide della lingua, l’unico abitante di una wasteland dell’espressione dove la punteggiatura è avvizzita e le radiazioni hanno trasformato i significanti in enormi scarafaggi mutanti. Trovo sconcertante questa totale assenza di familiarità con la parola scritta, non mi spiego come possa esistere gente che vive nel vuoto letterario spinto, che sembra non aver mai letto una rivista di macchine, un volantino pubblicitario, i sottotitoli di una telenovela, nemmeno le makumbe sui pacchetti di sigarette, visto che di norma scrivono in cinta invece di incinta. Poi mi offendono quelli che non capiscono un cazzo di niente. Quelli che vogliono uscire dall’Europa per stampare soldi, tanto i soldi sono di carta, tipo. Quelli per cui la pena di morte è una soluzione al sovraffollamento carcerario. Quelli che, tipo, si indignano contro i ricchi senza rendersi conto del fatto elementare che chiunque è il ricco di qualcun altro, se il 70% di quest’umanità di merda vive con due soldi bucati al giorno. Quelli di sinistra, i giovani di sinistra, ecco, li trovo assolutamente oltraggiosi per via del modo funambolico in cui riescono a schivare la realtà. Il programma del movimento di Grillo, tipo, che è un insulto alla mia intelligenza, proprio alla mia personale. Ma anche i giovani di destra, quelli di Casapound, mi fanno vomitare. Primo perché dubito che sappiano chi era Pound, e in secondo luogo perché sono gli stessi giovani di sinistra. I cretini, sappiatelo, sono tutti uguali. E sapete la cosa più divertente? I maitre a penser dei giovani italiani di sinistra sono tutti di destra: Grillo, Travaglio, Saviano. Sono anche persone indecenti, ma questo è meno divertente, ormai ci siamo abituati. A questo punto non vorrei dimenticare di dire che i giovani cattolici mi fanno particolarmente schifo, uno schifo speciale, dedicato, principalmente perché credono alle puttanate. Inoltre, tanto per dire, mi offendono tutti i discorsi intorno alle molestie sulle donne perché sono totalmente vigliacchi, e ignorano la questione di fondo. Ovvero: se hai i modi e gli abiti di una baldracca stai implicitamente avallando una temperie culturale che identifica la donna come decorazione erotica la cui unica scelta esistenziale è quella di rizzare cazzi, ovvero la stessa identica temperie culturale in nome della quale il molestatore si sente autorizzato a smanacciarti il culo. Troppo difficile ammettere che identificarsi con il proprio corpo è un modo pressoché infallibile per essere trattata come un corpo dagli estranei? 

Poi, sempre per dire, trovo ripugnanti quelli che non credono alle cazzo di ricerche scientifiche, quelli che se ci sono un miliardo di studi su come i bambini adottati dai gay non riportano traumi continuano a dire che no perché la famiglia è un uomo e una donna. In culo la famiglia, abbiamo i numeri. Sapete cosa mi offende a morte? Il buon senso. Quella cosa che ti spinge a dire cosa ne sanno gli scienziati loro magari non hanno figli. L’idiozia per cui l’eutanasia è una questione politico-sociale quando è chiaro come la merda che uno in stato vegetativo permanente non vede un cazzo, non capisce un cazzo, non sa un cazzo ed è fattualmente morto. La bioetica mi offende perché mi ricorda la devastante tendenza dell’umanità a spararsi nei coglioni in nome di allucinazioni. Tipo che gli OGM uccidono oppure che la clonazione farà venire il mondo di Frankenstein. O che LHC avrebbe distrutto il maledetto pianeta. Ve lo dico io cosa distrugge il maledetto pianeta: la stupidità. Non immaginate lo sconforto che sento quando mi accorgo di essere sempre più solo a dire che non ci sono stupidi buoni, che la stupidità è omicida e che in democrazia la stupidità è una forma di terrorismo. Mi offendono profondamente, tipo, le cazzate sull’intelligenza emotiva, che non è mai stata dimostrata eppure ogni tanto qualcuno tira fuori per dare una qualunque ragione all’esistenza dei fessi, visto che sono tanto dei bravi ragazzi. Che poi sono gli stessi che dicono che i ritardati sono come noi e possono migliorare e altri cazzi e quindi devono avere millemila insegnanti di sostegno pagati con le mie tasse per imparare a non pisciarsi nelle mutande o assaltare sessualmente le compagne di classe, cosa che di solito fanno comunque. Un cazzo, vi dico io. I ritardati sono ritardati, i down sono scemi. Trovo sovranamente offensivo che nessuno abbia il coraggio di ammetterlo. Così come trovo sovranamente offensivo che l’intera società contemporanea sia fondata sul feel-good, come se una cricca di maledetti fattoni giamaicani avesse conquistato il mondo, un fottuto villaggio turistico globale. Io rivendico il diritto di sputare sulle vostre tombe, di dire a uno storpio che è storpio, a un cretino che è un cretino, di andare da una madre che ha perso un figlio in un incidente col motorino e ripetergli la famosa battuta di Bill Hicks sui benzinai. Con pernacchia finale. Rivendico il diritto di essere un misantropo che schifa chiunque senza che la gente voglia salvarmi. E trovo davvero, davvero offensivo quando qualcuno viene a dirmi che sono asociale perché no, caro ipotetico bravo ragazzo dotato di straordinaria intelligenza emotiva, non sono io che sono asociale, sei tu che fai schifo come tutti i tuoi simili e quindi mi costringi ad esserlo per legittima difesa. Cara ipotetica ragazzina triste perché ho detto che la tua poesia/fanfiction/faccia/anima fa schifo, smettila di piagnucolare e la prossima volta, se non vuoi che ti insulti prova a non essere proprio una merda. E di conseguenza, sapete cosa mi offende, per giunta? L’idea che il fine della vita sia stare bene. Mi offende che uno psicologo possa dire a una di stare con uno e non con un altro perché il primo la fa stare bene. Ho una rivelazione per te, psicologo del cazzo: anche randellarti il cranio ti fa stare bene, li hai visti i mongoloidi che sorrisi beati? Direte felici i buoi quando trovano germogli teneri da mangiare? Ecco, tutti hanno dimenticato Eraclito.

Mi offendono anche e soprattutto quelli che hanno letto tre libri o trenta e dicono facciamo teatro facciamo i reading il parcopoesia lottiamo per la cultura una nuova cultura è importante il cinema il teatro la cultura abbasso la mafia viva la cultura la cultura e il sapere contro la crisi. Ecco, io ogni volta mi immagino Carmelo Bene che il sventra con un machete mentre Montale e Cioran li tengono fermi. Ma più di loro quelli che hanno letto questa requisitoria e tutto sommato credono che sia un simpatico giovanotto controcorrente colto e anche ironico a modo suo. Ancora non l’avete capito, razza di maiali, che alla fine c’è il baratro? Non vi siete accorti della catastrofe che vi mordeva le braccia? Tu, ipocrita lettore, lo sai che da qualche parte un demonio a forma di imenottero si prepara ad assassinare il tuo primogenito nel sonno? Ma cosa ne sai, tu, ipocrita lettore, ipocrita lettrice. Tu ridi e scopi e mi trovi persino spassoso. Prima o poi ti salterà l’anima come un tappo di coca cola, quant’è vero dio.

 

Lanciarsi i coltelli

Ovunque, tanto dovunque andremo troverà sempre un paio di coltelli da lanciarmi, no?

La ragazza sul ponte è un film che dovresti guardare e, conoscendoti, non guarderai mai. Forse ci siamo noi, io e te, dovunque si parli di rapporti malati, devastanti, incompleti, ma qui più che da altre parti. I ponti, qualcuno che sta per commettere un errore, in fondo non era poi così male, e quella deviazione dell’erotismo che è cercare di ammazzarsi. Ogni tanto trovo su memorie dimenticate tue foto seminuda, chi le vedesse direbbe che ce la siamo spassata. Fa un po’ ridere, no? In realtà non ci siamo mai capiti, su quello soprattutto. Prima ancora di fallire, non abbiamo nemmeno decifrato le regole. Ci tiravamo i coltelli. Nel film, vedi, uno tira i coltelli e l’altra li riceve e trovano tutta la fortuna del mondo, poi si separano e tornano due stronzi come prima, cioè la ragazza suicida e il lanciatore di coltelli fallito. Magari per noi è l’opposto speculare, perché solo insieme ci visita la tragedia, e anche il significato. E adesso, senza di me, puoi anche attenderti un’epoca di sole e primavera e fidanzatini molto gentili che ti fanno divertire un mondo. Il sogno degli psicologi. Io mi alleno a lanciare coltelli e sbaglio bersaglio, perché la tua sagoma è l’unica che posso sfiorare in un soffio, ad occhi chiusi. Se davvero ti conosco, nessuno sarà abbastanza, non lo sarà la primavera e non il sole, perché certe cose continuano a significare oltre gli eventi. Ti imploro, dimostrami che per una volta ho capito come funziona, che per una volta non ho confuso meriti e colpe, sprecato promesse, bruciato sacrifici invano. Non c’è nessuna con cui non abbia sbagliato tutto, sai? Non tu, per favore. Puoi immaginare cosa si sente, quando si prega con parole del tipo dèi fate che sia come io la conosco?

E poi non abbiamo scelta.